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Valle della Fiumarella
Valle della Fiumarella

Nella seconda metà del IV sec. a.C.  Roma entra in contrasto con gruppi di Sanniti intenti a minacciare le città campane. I centri del Tirreno, almeno in un primo momento non entrano in contatto diretto con Roma, ma ne vengono fortemente influenzato, grazie anche alla mediazione del mondo Campano.

 Il primo contatto diretto con Roma avviene nel 298 a.C., quando i Lucani chiedono aiuto per difendersi da un attacco dei Sanniti determinando lo scoppio della Terza guerra Sannitica. Nel

282 a.C. G. Fabrizio Luscino interviene in favore di Thurii contro Sanniti, Lucani e Brettii. Questa azione viene vista da Taranto come una interferenza nei territori di sua diretta influenza. Il casus belli fu la violazione del trattato del 303 a.C. Lo scoppio della guerra con Taranto  portò  inizialmente  allo schierarsi dei Lucani con i Romani, con l’intento di guadagnare terreno sulla polis Magnogreca. L’arrivo di Pirro e gli esiti della battaglia di Eraclea spinsero i Brettii, i Lucani e le città greche ancora libere a schierarsi con il condottiero epirota. Ma la vittoria di Benevento portò ad una nuova modifica delle alleanze. Per i Lucani, che furono sottomessi insieme ai Brettii e alle altre città greche diventando in questo modo alleati di Roma, non ci furono particolari rappresaglie: nel 273 a.C., quando la guerra Tarantina volgeva al termine, fu dedotta a Paestum una colonia di diritto latino. Le dinamiche insediative osservabili nel territorio in esame, fatto salvo le trasformazioni nella città di Paestum, rimangono sostanzialmente invariate.

E’ proprio a Paestum che la ricerca archeologica dimostra come l’ideologia romana impregni già qualche decennio prima della fondazione della colonia le elites lucane, come si evince dalla documentazione della necropoli di Spinazzo, nella quale si coglie un nuovo immaginario fondato sul gruppo familiare e sulle cariche magistratuali, Solo qualche decennio più tardi, dopo la deduzione della colonia la Paestum romana manifesta una modifica sostanziale dell’assetto urbano e politico, come si evince dall’obliterazione dell’Ekklesiasterion e dalla nuova sistemazione del Foro, mentre i monumenti religiosi continueranno a vivere, assimilando le divinità greche a quelle romane, con nuove forme di organizzazione religiosa e politica ben documentate dall’età repubblicana a quella imperiale.

Solo Elea, per la sua vocazione prevalentemente mercantile della compagine eleate, la gravitazione sul mare, la circolazione in tutto il bacino del Mediterraneo di uomini e merci, conserva una struttura politica e sociale della città che assume un carattere aperto, etnicamente e culturalmente misto, dove si integrano perfettamente gruppi allogeni, strutturandosi pienamente nel tessuto produttivo e culturale della città.

I cittadini eleati godono di una libertà e di una autonomia economica che li porta ed essere presenti ad Epidauro, Delfi, Atene, Delo, Nasso, a Lipari, Agrigento, ed in Egitto e aveva rapporti e contatti anche con la penisola iberica. Le reali dimensioni dell’economia della città trovano evidenza e riscontro nella capillare circolazione della sua moneta che, in quantità e qualità differenti è attestata in quasi tutta l’Italia meridionale ed in monte località della Sicilia e anche fuori dall’Italia.

Resti romani, villa romana località santa croce
Resti romani, villa romana località santa croce

Se ne ricava un quadro vivace, florido, in piena attività e crescita demografica e commerciale che, nello scenario complessivo dell’Italia del II sec. a.C., non poteva non derivare che da una consistenza e duratura benevolenza di Roma, punto di riferimento per l’avvio di un processo di ammirazione/imitazione e quindi di una consequenziale e logica appropriazione di un modello. Il foedus stipulato, con ogni probabilità, nei primi decenni del III sec. a.C., e soprattutto la fedeltà della città a Roma dimostrata fornendo navi e basi di appoggio nel corso delle guerre puniche, è stato un atto di grande lungimiranza politica che ha portato la comunità cittadina ad un livello di prosperità e floridezza economica, piuttosto eccezionale nel generale panorama di crisi seguita alla guerra annibalica.

Ma anche Roma aveva adottano una politica di grande liberalità e considerazione potendo disporre di un’alleata preziosa soprattutto per la propria flotta essendo i velini abili costruttori di navi e potendo loro disporre delle grandi risorse di legname dai boschi all’entroterra. E mentre Roma manifesta la sua benevolenza attraverso la sfera del sacro scegliendo sacerdotesse per il culto di Cerere da questa città e nella sfera economica concedendo alla zecca eleate di battere moneta, la comunità cittadina formatasi dall’integrazione pacifica e lenta di gruppi italici diversi – lucani e bruzi – adegua ed allinea le proprie forme culturali a quel generale programma unificante voluto da Roma dove i modelli assimilati ed introdotti sono quelli dell’Oriente ellenistico, vuoi imposti da Roma, vuoi filtrati attraverso le formulazioni e le sperimentazioni che si andavano realizzando tra Taranto e Velia, tra Siracusa e Napoli, vuoi forse più concretamente, conosciuti e praticati direttamente da quei negotiatores velini che frequentavano liberamente i porti delle città d’Asia. Tutto ciò si coglie nel complesso delle evidenze materiali di Velia.

Differente è la situazione messa in evidenza nel territorio dove, il quadro insediativo muta sensibilmente tra la seconda metà del IV e del III secolo a.C.: il territorio in esame, interessato da una diffusa presenza di insediamenti lucani, risulta essere caratterizzato da un’occupazione sparsa che interessa non solo la fascia costiera ma anche l’interno, lungo le valli fluviali e a ridosso di quelle brevi pianure che consentono un migliore sfruttamento agricolo del suolo. I segni forti dell’intervento romano a Velia si coglieranno solo nel I sec. d.C., quando formalmente la città divenne municipium e le istituzioni cittadine si evolveranno  verso la piena romanità.

Al contrario le caratteristiche dell’occupazione del territorio tra Sele e Laos mutano radicalmente alla fine della guerra annibalica, quando l’intera Lucania cade sotto il dominio diretto di Roma. I Lucani pesantemente coinvolti nel gioco di alleanze con Annibale, furono duramente puniti, con la confisca delle terre (è il caso della Sila nel Bruzio) e la repressione anche cultuale (un esempio è il senatus consultum de Bacchanalibus del 186 a.C., che rese fuorilegge i culti bacchici)16. Molti agglomerati urbani scompaiono in questo periodo o risultano fortemente contratti come anche l’oppidum lucano di Roccagloriosa, già fortemente devitalizzato nella seconda metà del III secolo a. C., che durante la guerra annibalica vede la distruzione della fortificazione, anche se il territorio agricolo continua ad essere sfruttato per tutto il II secolo. Ugualmente in tutto il territorio si assiste ad una contranzione del numero dei siti rurali e ad una loro gravitazione verso la bassa valle del Bussento, con la fondazione della colonia romana di Buxentum che diventerà il nuovo centro amministrativo.  Differente il caso di Paestum, che rimase fedele alleata di Roma durante la guerra. Una ripresa si ha però a partire dalla metà del II secolo a.C., quando si assiste ad una re-strutturazione del territorio secondo nuove dinamiche, sollecitata dalla costruzione della Annia-Popilia nel 153 o nel 132 a.C. e dallo sfruttamento intensivo tramite colture specializzate legate allo sviluppo del latifondo17. In seguito Roma tende a non imporre leggi romane agli alleati, ma a rilanciare l’economia agricola, comportando una distinzione formale dei   vari tipi di ager. Roma optò in questo periodo per l’applicazione di due diritti, statale e locale, imponendo alcuni principi fondamentali volti a tutelare la sovranità romana, e al tempo stesso lasciando notevole autonomia nella gestione del diritto locale. I contrasti tuttavia erano destinati ad aumentare18. Una stele funeraria in calcare con busto della defunta capite velato entro una edicola, rinvenuto in località Santa Venere a Roccagloriosa e databile tra il 50 e il 30 a.C., di un tipo ben attestato nel Vallo di Diano, mostra l’adesione di un proprietario locale, probabilmente residente in una villa rustica, ai modelli del monumento funerario delle classi medie della capitale. Si assiste alla diffusione di un nuovo sistema insediativo e produttivo nel comprensorio Mingardo/Bussento fondato sulla presenza di villae rusticae che sfruttano le risorse agricole inserendosi in un più vasto sistema di produzione e sfruttamento del territorio.

Agli inizi del I sec. la differenza giuridica tra cittadini Romani e alleati italici faceva sentire il suo peso. Il processo di romanizzazione in atto aveva appianato notevolmente le differenze tra le diverse etnie italiche, grazie anche all’apertura verso il Mediterraneo e la richiesta di benefici aumentava19. Alla guerra Sociale (90 a.C.) parteciparono anche i Lucani. Gli elementi di contrasto sembrano non ancora ridotti al momento della rivolta servile di Spartaco, quando le truppe ribelli svernano a lungo in Lucania e Bruzio e fanno proseliti tra gli schiavi fuggitivi e i pastori dell’interno. Alla fine del I a.C. il processo di Romanizzazione è quasi del tutto concluso (basta ricordare il passo di Strabone sui Lucani), con l’interessante eccezione di Velia, che mantiene alcuni caratteri tipicamente greci.

Mentre Paestum, fedele colonia di Roma ha compiuto il processo in maniera più rapida e progressiva, nell’alto arco Tirrenico Calabrese la stabilizzazione delle dinamiche insediative sembra avvenire con la deduzione della colonia di Blanda Iulia.

Come possiamo notare, il territorio in esame sembra essere coinvolto solo in determinati periodi da avvenimenti storici di notevole portata. I processi di mediazione, trasferimento culturale e Romanizzazione possono in questo senso essere letti solo attraverso una dettagliata lettura dei contesti archeologici, che nel nostro caso risultano quanto mai disparati e variegati, con particolari vuoti cronologici in determinati comprensori.

Di notevole importanza è anche la documentazione dalla località Morigialdo (Celle di Bulgheria) dove l’abbondante ceramica raccolta in superficie attraverso il survey, unitamente alla prospezione geofisica, hanno permesso di stabilire la presenza di un grosso vicus che si sviluppa sulla via costiera Velia-Buxentum, tra I e V secolo d.C., forse l’erede di epoca romana dell’oppidum lucano di Roccagloriosa.

GALLERIA FOTOGRAFICA

 

BIBIOGRAFIA
G. Franciosi, La romanizzazione della Campania Antica, Napoli 2002.
R. Roth – J. Keller, Roman by integration: dimension of group identity in material culture and text, Portsmouth 2007.
T. Stek – J. Burgers, The impact of Rome on cult places and religiuos practices in ancient Italy, London 2015.
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