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Nell’849 d.C, la divisio ducatus, che ripartì il territorio del Ducato tra Salerno e Benevento, assegnò il gastaldato di Lucania, costituito dai due distretti amministrativi di Paestum e Cilento, ai possedimenti del “principe” di Salerno.

I documenti di questo periodo attestano l’esistenza di numerosi insediamenti monastici: cenobi, lauree e celle, la cui origine va messa in relazione con la presenza di religiosi bizantini i quali, con la funzione di “cappellani militari”, avevano seguito le truppe di Narsete durante la guerra greco-gotica (535-553d. C.). Ad essi si erano aggiunti, tra l’VIII e il IX secolo d. C., gli esuli degli editti iconoclastici promulgati dall’imperatore Leone l’Isaurico. Questi ultimi, giunti sulle coste dell’Italia meridionale, evitarono i territori di influenza bizantina e musulmana (la Calabria centro-meridionale, la Terra d’Otranto e la Sicilia), nei quali erano in vigore le leggi che vietavano le immagini sacre, dirigendosi nelle regioni che si trovavano sotto il dominio longobardo (Campania, Basilicata, parte della Puglia e Calabria settentrionale). Fu così che tra il IX e l’XI secolo si moltiplicarono le fondazioni di chiese greche in tutto il Mezzogiorno; esse, attraverso lasciti e donazioni, andarono ad arricchire i patrimoni immobiliari di molti monasteri.

I monasteri, mediante la rimessa a coltura delle terre e il sapiente sfruttamento del patrimonio fondiario, costituirono uno dei principali strumenti della ripresa economia del territorio, raggiungendo in breve tempo una florida e solida struttura finanziaria. La prosperità economica è testimoniata da numerosi documenti relativi a falsi privilegi papali concessi all’Abbazia della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Nell’XI secolo, gli abati della predetta abbazia, retrodatarono al pontificato di Gregorio VII diversi atti di donazione, inserendovi monasteri di rito greco, assenti nella stesura originale, e destinando questi cenobi a lunghe controversie con la sede episcopale. Nel 1073 anche il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, nel tentativo di rinsaldare l’alleanza col papato, donò i suoi possedimenti nel Cilento, con i relativi monasteri italo greci, all’abbazia di Cava; la donazione fu ribadita nel 1080 dal nuovo signore di Salerno, il normanno Roberto il Guiscardo.

Badia di S. Maria di Pattano
Badia di S. Maria di Pattano
Badia di S. Maria di Pattano
Badia di S. Maria di Pattano

Tra gli insediamenti monastici di origine bizantina del territorio, la badia di S. Maria di Pattano è uno dei pochi giunto sino a noi in discreto stato di conservazione. La costruzione, che oggi è possibile vedere, risale al X secolo, ma la sua origine è senz’altro più antica, come testimoniano le tombe di VI-VII secolo rinvenute al di sotto della piccola chiesa cimiteriale di San Filadelfo. Quest’ultima conserva, tra l’altro, uno dei più interessanti cicli di affreschi altomedievali del territorio di tradizione bizantina. Al X secolo sono da riferire gli affreschi dell’abside, divisi in tre registri. Nel catino è rappresentata l’Ascensione, con il Cristo assiso in trono; nella fascia centrale la Vergine orante in mezzo ai dodici apostoli, in quella inferiore gli otto Padri della Chiesa orientale. I personaggi appaiono statici e ieratici, secondo lo schema tipico dell’iconografia bizantina. All’XI secolo risalgono l’affresco sulla controfacciata, probabilmente raffigurante la scena del sacrificio di Isacco, come si evince dalle immagini di un capretto legato ad un albero e di una mano che afferra una testa per i capelli, oltre che dalle coppie di santi dipinte nei quattro sottarchi, unici frammenti superstiti di un ciclo pittorico tra i più interessanti di questo periodo.

In età angioina, sul sito della chiesa di San Filadelfo fu edificata la chiesa di S. Maria Odigitria; anche in questo caso si conservano solo pochi frustuli della documentazione pittorica; il più rilevante è la raffigurazione di un giglio, emblema della famiglia d’Angiò. L’edificio, oggi all’interno di una proprietà privata, è oggetto di studio da parte del gruppo archeologico del Laboratorio Cilento, dell’Università di Salerno che, attraverso la lettura degli elevati, ne sta elaborando la successione stratigrafica delle fasi costruttive.

Accanto all’abbazia di Pattano, sopravvive, nel territorio, un altro importante insediamento monastico: il cenobio basiliano di San Giovanni a Piro. Resti murari con labili tracce di affresco, riconducibili al X-XI secolo e relativi al monastero originario, sono stati messi in luce, in prossimità della chiesa moderna, nel corso di recenti restauri eseguiti dalla Soprintendenza ai Monumenti di Salerno. Una stauroteca cruciforme in argento dorato, con iscrizione datata tra X e XI secolo ed oggi conservata a Gaeta, testimonia la floridezza economica e l’alto livello culturale di questo cenobio, dal quale dipendevano numerose grange. La piccola croce, realizzata per essere adoperata come pettorale, è decorata su entrambe le facce con smalti policromi ed è oggi conservata a Gaeta.

Tra X e XI secolo d. C., le attività svolte dagli insediamenti monastici determinarono un notevole incremento economico e demografico, tanto che fu necessario istituire un nuovo distretto amministrato, denominato Casale del Cilento. Questo insediamento, che doveva essere ubicato sul Monte Stella, fu distrutto da una incursione araba, nella seconda metà del X sec.. Esso venne sostituito da un nuovo sito fortificato, verosimilmente sorto sul precedente, citato nei documenti medievali come Castellum Cilenti e sede amministrativa fino alla seconda metà del XII secolo. Di questo centro, spopolatosi in seguito alla guerra del Vespro, sarebbe sopravvissuta una piccola chiesa, ricordata a partire dal 1362 come S. Maria de Stella ma completamente ricostruita sul finire del XVII secolo, mentre delle antiche mura, descritte da studiosi del secolo scorso, non c’è traccia, probabilmente anche a causa degli sbancamenti effettuati per la costruzione di una base radar per il controllo aereo.

Per quanto riguarda la tipologia e la morfologia del popolamento, tra la seconda metà del VI e per tutto l’XI secolo, il territorio, fortemente conteso tra greci e longobardi e continuamente esposto alle scorribande dei pirati, vedrà una proliferazione di abitati fortificati di altura che ne muteranno ulteriormente l’aspetto insediativo. E’ a questo periodo, infatti, che sembrano riferirsi l’edificazione degli abitati fortificati di Policastro, Capaccio, Castel Ruggiero e Torre Orsaia e la rioccupazione o il potenziamento di siti arroccati preesistenti, come Caselle in Pittari e Roccagloriosa. Di quest’ultimo insediamento sono ancora visibili le tracce nel castello, risalente ad un’epoca tra l’età normanna e quella sveva.

Attraverso la rete di fortificazioni, il Cilento andò dotandosi di un complesso sistema difensivo che da Agropoli si articolava fino a Sapri e che comprendeva, alla fine del medioevo, circa cinquantotto torri sulla costa, e numerose roccaforti interne a guardia dei punti strategici dell’interno e delle principali vie di comunicazione.

Castello Capaccio vecchia
Castello Capaccio vecchia

Tra i siti di arroccati di età altomedievale, quello di Capaccio è paradigmatico dei mutamenti insediativi conseguenti l’incastellamento cilentano. Il nuovo agglomerato risale al 993 d.C. e fu realizzato dagli abitanti dell’antica Paestum, che scelsero l’altura per meglio proteggersi dall’avanzata araba. Qualche anno più tardi il luogo venne connotato come complesso fortificato, definito castello de Caputaquis. Le fertili terre della Piana, tuttavia, non furono mai abbandonate ed un piccolo nucleo urbano sopravvisse all’interno della città antica, dove la lista di vescovi sembra interrompersi dal 649 al 932 d. C, anno in cui è attestato un presule di nome Paolo. Dal 1159, i vescovi pestani riporteranno il nuovo attributo di caputaquense; tale mutamento è il risultato del lungo e complesso processo di trasformazione degli assetti insediativi innescatosi dopo la guerra greco-gotica. Alla fine del VI secolo la presenza del vescovo ad Agropoli suggerisce un momento di crisi dell’apparato amministrativo e religioso facente capo alla città romana. Tra VIII e IX secolo la mancanza di menzioni di presuli pestani potrebbe coincidere con una temporanea assenza di un centro preponderante, che si riformò, appunto, dal X secolo sulla collina del Calpazio, quando il vescovo, pur continuando a definirsi pestano, risiedeva tra le mura del nuovo apprestamento fortificato. L’importanza del nuovo borgo crebbe al punto che dalla metà del XII secolo il suo pastore fu investito del titolo di vescovo di Capaccio.

La nuova sede cattedrale fu trasferita nella chiesa alla Madonna del Granato, edificata nel X secolo in continuità spaziale e cultuale con l’Heraion alla Foce del Sele, tempio di Hera, della quale sembrerebbe perpetuarne, in chiave cristiana, l’antico culto e l’antica iconografia della madre con la melagrana, simbolo di fertilità. Nell’attuale Museo narrante dell’Heraion alla foce del sele tale continuità è suggerita e documentata dalle preghiere graffite sul muro dello scalone a chiocciola dal quale si accede al materiale votivo di età antica e moderna, recitate in lingua greca prima, poi latina e infine dai canti rituali che ancora oggi accompagnano la Madonna in processione. L’impressione è rafforzata anche dalla funzione cattedrale assunta dal nuovo tempio, e dalla sua intitolazione mariana, comune tra l’altro a molte antiche basiliche sia in Campania che in Apulia. Il santuario, che presenta l’originaria facciata in stile romanico a tre navate, ha subito, nel corso del tempo, numerosi restauri e rifacimenti che ne hanno mutato la spazialità originaria.

La città di Buxento, intanto, conquistata nel 1055 da Roberto il Guiscardo, fu ulteriormente fortificata con il potenziamento delle strutture difensive già esistenti. Interessante la stratificazione archeologica delle mura antiche che vede il susseguirsi di tecniche costruttive che abbracciano un arco cronologico compreso tra il V a.C. e il XIII-XIV secolo. Nell’XI secolo sull’antica tricora di VI secolo fu eretta la cattedrale di Santa Maria Odeghitria e, un secolo dopo, Idrisi menziona la città come un castrum grande e popolato. Dominio feudale dei Sanseverino prima, e dei Ruffo, dei Grimaldi e dei Carafa successivamente, il centro decadde a causa dell’insabbiamento del suo porto, ancora attivo nel XIII secolo, e delle distruzioni che la investirono tra il 1320, ad opera dei genovesi, e il 1552, ad opera degli arabi di Dragut pascià, riducendosi così ad un piccolo borgo.

Caselle in Pittari - La grotta di S.Michele arcangelo
Caselle in Pittari – La grotta di S.Michele arcangelo

Infine la particolare morfologia dei luoghi, selvaggi, boscosi e ricchi di dirupi, di miti e riti legati alla presenza dell’acqua, favorì il diffondersi nella regione del culto Micaelico, veicolato dai monaci bizantini e consolidatasi durante la dominazione longobarda. Il santuario di San Michele a Caselle in Pittari, un complesso carsico costituito da due grotte attigue, e sviluppatosi sul versante meridionale del Monte San Michele, ad un’altitudine di circa 600 metri, costituisce un tipico esempio di insediamento cultuale dedicato all’Arcangelo. Esso rappresentò sicuramente un polo di attrazione e una meta di pellegrinaggio locale, ma dovette rientrare, accanto alla numerose grotte attestate nel territorio, all’interno di un circuito devozionale più ampio, come testimonia lo stesso culto praticato nella grotta di Olevano sul Tusciano: La devozione all’Arcangelo Michele si attesta lungo un percosso santuariale a vasto raggio, che probabilmente utilizzava le maglie di una viabilità antica e che aveva come meta ultima il tempio micaelico per antonomasia: quello sul Monte Sant’Angelo in Puglia.

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Bibliografia
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