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Sul versante tirrenico la presenza lucana è concentrata principalmente in due aree: l’una comprende i centri dell’area interna a controllo dei valichi che, attraverso l’alta valle del Sele collegano la piana pestana all’Hirpinia e all’Apulia, ad est verso la parte interna della Lucania a sud-est verso la costa ionica. L’altra è concentrata a sud di Velia, a ridosso del sistema montuoso cilentano, dove tale presenza è indiziata da tracce di superficie (Pisciotta, S. Mauro La Bruca, Torraca, Vibonati, Sapri) e da due insediamenti strutturati, individuati a Roccagloriosa, nell’alta valle del Mingardo e a Caselle in Pittari nell’alta valle del Bussento.

Roccagloriosa
L’abitato sorge lungo la pendice occidentale del Monte Capitenali, in posizione di controllo di un ampio territorio collinare disteso fra le medie e basse valli del Mingardo e del Bussento, già frequentato dal Neolitico all’età del Ferro, arco cronologico cui si riferisce un tipo di abitazioni a carattere stagionale, mentre più labili sono le tracce di età arcaica.

Roccagloriosa. Il complesso A
Roccagloriosa. Il complesso A

Ė soprattutto per la seconda metà del V sec. a.C. che si dispone di una documentazione che costituisce una spia dei profondi fenomeni di trasformazione innescati dalla presenza stabile di genti di lingua osca attestate dagli eccezionali documenti epigrafici. Importanti sviluppi insediativi, infatti, si segnalano sul Pianoro Centrale dove sono state rinvenute alcune case a pianta rettangolare allungata su zoccolo di pietra, una delle quali decorata da antefisse gorgoniche del tipo “orrido”.
Il salto di qualità si registra fra IV e III sec. a.C. quando il sito raggiunge il momento di maggiore fioritura e si dota di magistrature come indica il rinvenimento della lex su tavola bronzea.
Nei primi decenni del IV sec. a.C. viene realizzato un poderoso muro di cinta che racchiude la parte alta dell’insediamento (quasi un’ “acropoli” di circa 15 ha), ben distinta così da una sottostante città bassa di maggiori dimensioni che si distende sui terrazzi immediatamente adiacenti. In entrambe le aree le abitazioni si dispongono per nuclei separati da ampi spazi vuoti, sebbene sia stato possibile verificare che quelli all’interno dell’area fortificata sono disposti in maniera regolare, per isolati, secondo un’organizzazione nota anche dalla vicina Laos lucana (odierna Marcellina/Scalea CS).
Sia nella parte “fortificata” che in quella bassa, sono presenti grandi case con cortile basolato (fra i 35 e i 60 mq), interpretate come oikoi gentilizi per la presenza all’interno di alcune di esse di piccoli sacelli destinati a raccogliere i resti delle offerte connesse ai sacra gentilicia (culti familiari), elemento centrale della religione italica secondo numerose fonti. Un riflesso della presenza in questo centro di gruppi gentilizi è costituito dalla necropoli in località La Scala che ha restituito corredi di eccezionale livello.
Fra queste grandi abitazioni signorili si segnala quella nota come Complesso A sul Pianoro Centrale (ampia oltre 500 mq), organizzata intorno ad un cortile circondato da portici almeno su tre lati, con ambienti distribuiti sui lati N e S, fra cui se ne segnala uno a nord-ovest interpretato come un andron (sala da banchetti). Nell’angolo NE del cortile era posta un’edicola realizzata in muretti di pietre e tetto di tegole, che ha restituito numerosi resti di offerte tra cui terrecotte raffiguranti donne sedute in trono, con svariati attributi che alludono alla fertilità, che rinviano all’Hera pestana; tali resti, tra cui quelli di dieci ovicaprini sacrificati in tenera età, ci fanno ipotizzare un probabile culto di Meitis caprina, divinità lucana protettrice del raccolto e delle greggi, venerata nel grande santuario etnico di Rossano di Vaglio. Da tale interessante contesto proviene inoltre una laminetta di piombo arrotolata su cui è iscritta una defixio (imprecazione) diretta a personaggi dai nomi italici, rappresentanti probabilmente delle elites locali; l’iscrizione fa riferimento anche a termini greci ed uno fenicio, che suggeriscono una composizione mista della comunità.
Il culto in ambito domestico è documentato sempre sul Pianoro Centrale, anche da resti di vasetti miniaturistici ed una clava in bronzo appartenente ad una statuetta di Eracle rinvenuti nei complessi B e C, ma anche al di fuori dell’area fortificata.

Roccagloriosa. Particolare della cinta-fortificata
Roccagloriosa. Particolare della cinta-fortificata

Accanto a dimore di più alto livello, tuttavia, si registra nei pianori extra-murari la presenza di edifici caratterizzati da piante più semplici.
Manca al momento un vero e proprio edificio di culto per tutta la comunità, che del resto sappiamo essere raro all’interno degli abitati lucani; un edificio per riunioni collettive dove venivano depositati oggetti appartenenti alla comunità, di particolare valore simbolico, è invece stato individuato all’estremità N del Pianoro Centrale sulla base del rinvenimento di armi e di un’impugnatura bronzea di un caduceo con iscrizione DE(mosion) (cioè del “popolo” o “pubblica”). Tale oggetto costituisce un significativo simbolo dell’identità politica della comunità stanziata a Roccagloriosa alla fine del IV sec. a.C. che trova un’ulteriore attestazione dal frammento di tavola bronzea con iscrizione osca, scritta in una variante dell’alfabeto greco, che fa riferimento agli ordinamenti istituzionali della vita civile ed amministrativa di una touta (comunità) lucana, che aveva raggiunto, evidentemente, un’elevata organizzazione politica. In tale iscrizione si fa riferimento al meddes (magistrato con funzioni diverse) e si allude alla probabile esistenza di un organismo assembleare.
A partire dagli anni centrali del III sec. a.C., l’insediamento subisce numerose trasformazioni connesse ad una vera e propria devitalizzazione, in relazione ai rivolgimenti successivi all’ingresso di Roma sulla scena politica dell’Italia meridionale. La vita dell’oppidum prosegue, anche se in forme molto ridotte, ancora nel II e I sec. a.C. quando anche nel territorio si assiste ad una contrazione dei siti rurali e ad un’evidente gravitazione verso il golfo di Policastro, dove agli inizi del II sec. a.C. viene fondata la colonia di Buxentum.

Caselle in Pittari
L’insediamento, posto su uno sperone del monte Centaurino, sorge in una posizione strategica legata, tramite un vallone lungo e stretto dominato dal paese di Sanza, all’itinerario di comunicazione che, sia attraverso la valle del Bussento che del Mingardo, collega il Vallo di Diano alla costa tirrenica.

Caselle in Pittari. Particolare di un edificio in tecnica velina
Caselle in Pittari. Particolare di un edificio in tecnica velina

I dati a disposizione consentono di affermare che l’insediamento sorge ex-novo in un momento cronologico che i dati stratigrafici collocano intorno agli anni centrali del IV a.C., sebbene alcuni labili indizi lasciano ipotizzare un’occupazione dell’area già alla fine del V sec. a.C. L’abitato era probabilmente organizzato, al pari di quello di Roccagloriosa, in nuclei sparsi, intervallati da spazi vuoti; esso sembra strutturarsi in maniera più articolata soprattutto fra la fine del IV e i primi decenni del III sec. a.C., momento cui si riferisce la maggior parte delle evidenze e le tombe monumentali. Allo stato attuale delle indagini sono noti almeno quattro edifici, uno dei quali (Edificio I) ha restituito un gruzzolo di diciotto monete d’argento e una di bronzo di zecca magno-greca (dodici di Taranto, tre di Heraklea, una di Crotone e una in bronzo di Velia) databili fra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C., conservate all’interno di uno skyphos a vernice nera rinvenuto
Fra gli edifici rimessi in luce se ne distingue uno che ha la fronte principale realizzata a “scacchiera”, una tecnica ben nota in ambito velino, e l’ingresso costituito da due gradini di accesso ed una rampa esterna realizzata in basoli di arenaria che, direttamente da un asse stradale con orientamento nord-sud, immette in un piccolo vestibolo ai cui lati si aprono ambienti stretti e lunghi, verosimilmente con funzioni di servizio. L’asse stradale su cui si affaccia l’edificio è largo circa 5 metri, ed è delimitato sul lato occidentale da un muro messo in luce per una estensione di circa 80 metri. Un terzo edificio, con muri perimetrali in blocchi squadrati che in alcuni punti conservati in elevato per quasi un metro, è costituito da almeno sei ambienti, di cui al momento sono stati definiti i tre del versante settentrionale. Di questi quello orientale ha il piano pavimentale costituito da una larga cornice in cocciopesto finissimo che definisce un riquadro su cui era forse allettato un piano di tegole o basoli. L’ambiente centrale ha il piano pavimentale realizzato in basoli irregolari di arenaria, che consente di cogliere un’analogia con gli ambienti basolati delle case a cortile diffuse a Roccagloriosa nella seconda metà del IV sec. a.C.
Un quarto, realizzato in blocchetti irregolari di arenaria legati a secco, era a semplice pianta rettangolare, articolata in un portico posto sul lato orientale attraverso cui si accede all’ambiente occidentale di forma quadrangolare, simile a case note dall’abitato extra-murano di Roccagloriosa.
L’insediamento, allo stato attuale delle indagini, risulta abbandonato nel corso della seconda metà del III sec. a.C.
A tale insediamento vanno riferiti i resti di una necropoli monumentale con tombe a camera e a cassa risalenti alla seconda metà del IV sec. a.C., riportata alla luce nei primi anni Ottanta immediatamente a nord-ovest, fra cui si segnala una tomba a camera con dromos di accesso con scalini.
Il sito di Caselle in Pittari, dunque, mostra numerosi punti di contatto con Roccagloriosa, rilevabili soprattutto nell’organizzazione planimetrica della maggior parte degli edifici; tuttavia non mancano significative differenze soprattutto nell’architettura domestica che a Caselle lascia presupporre l’intervento di maestranze veline.

GALLERIA FOTOGRAFICA

Bibliografia
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Viscione, ‘Un sito lucano nel Basso Cilento: località Laurelli di Caselle in Pittari (SA)’, in C. Lambert, F. Pastore (edd.), Miti e Popoli del Mediterraneo antico. Studi in onore di G. d’Henry, Salerno 2014, pp. 145-150.
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